mercoledì 15 giugno 2011

SEZIONE A SILLOGE INEDITA

1° PREMIO con Pubblicazione - Lorenzo Cioni – (Silloge senza titolo) Editrice Ibiskos Ulivieri Empoli


La poesia di Lorenzo Cioni si rivela a noi lentamente, eppure è una sorpresa. All’inizio si è colpiti da una sorta di molteplicità dei contenuti: una galleria di tipi e di situazioni, dove però si vede, in filigrana, una forte personalità d’autore. Poi ci si accorge che lo stile è davvero singolare, elaborato e spontaneo nello stesso tempo, conciliando un’espressione molto diretta con un lavoro di lima che appare meticoloso.
Al di là di qualche sbavatura occasionale che sconfina qua e là in un vocabolario un po’ troppo altisonante, e di un uso forse eccessivo dei puntini di sospensione (molti sembrerebbero eliminabili senza alterare la sostanza della comunicazione), la scrittura è decisamente solida: muove da una precisa ansia espressiva, e di tale ansia e necessità è all’altezza.
La scena comprende l’uomo a tutto campo, con un fondo presumibilmente autobiografico che però si amplia in un quadro più universale (come la poesia e l’arte devono sempre fare). E la cosa migliore in questa prospettiva è un pluralismo di ottiche, una varietà di sguardi che evita ogni preconcetto o schematismo.
Quando il discorso sembra prendere una direzione troppo determinata, ecco che interviene una controvoce critica (e autocritica) a correggere. Il risultato è uno scavo esistenziale che riesce, comunque, a evitare ogni qualunquismo o nichilismo. Il viaggio nel paradiso/inferno della quotidianità illumina i perenni interrogativi dell’uomo, senza pretendere una risposta, ma tuttavia senza rinunciare al cammino dentro la domanda.
Il repertorio lessicale attinge al moderno, al popolare e al classico insieme, con piacevoli invenzioni, da «velinarsi» a «me lo succhiello lento» (riferito a un sigaro). Il repertorio tematico va dall’odore acre dei bassifondi a quello più rarefatto dell’analisi filosofica, in un perenne sapiente intreccio.
Il pessimismo finale trae origine più dall’immersione nella natura umana che da considerazioni astratte sul destino del mondo. L’uomo non è prigioniero di una qualche dio cattivo, ma piuttosto di sé stesso: «ladri, come ladri / ci pigliamo ciò che ci brucia dentro / di desideri impulsivi e impellenti». E alla fine si trova davanti all’eterno muro dell’assenza di senso: «...non so dare un’uscita / a questa impasse /... / io che ci faccio qui».
La sensazione che rimane al termine della lettura di questa silloge poetica è sostanziosa, ricca. I versi riescono a toccare le più svariate corde all’interno di chi legge, facendole vibrare e mettendole in consonanza con l’autore. Non già per trovare chissà quale impossibile soluzione, ma per sentire, almeno, un’interlocuzione e una vicinanza, nel disgregarsi dei giorni. Per sentire che, infine, arte e poesia esistono, e ce ne possiamo per un attimo nutrire.
Carlo Molinaro


scrivere è un atto di catarsi
richiede equilibrio e calma

produce distillati
profumosi e preziosi

ma scrivere
in questi tempi di guerra
non si può

il nemico è ovunque

occhi malevoli, orecchie
pettegole ...

non fidarti di nessuno ...

che vita ci siamo dati,
a chi ci siamo affidati ...

la sicurezza prema di tutto
e la libertà nel cesso

figuri improponibili
e impresentabili
siedono in cattedra ...

blaterano le loro filosofie
merdose ...

che buona questa cioccolata e noi a ingozzarci
come maiali ...

scrivere in tempi di guerra
non si può

o forse no, si deve

anche a costo di annegare, si deve ...



2° PREMIO - Piero Simoni – “ARMONIA”

 E' di questa silloge un costante, quieto affluire di onde liriche, compenetrate nella parola, di cui il verbo, spesso classicamente posposto, sottolinea il senso e l'emozione.
Il connaturarsi di questi versi con motivi vitali, aspirazioni, meditazioni, compone un tessuto omogeneo; “melodia che all'universo mi fa armonia”. L'esperienza, di cui riaffiora l'ora trascorsa, al momento ignorata nella sua portata vitale e alba di speranza: l'energia che provoca, la stessa del mare, “che volge il manto alla riva”. L'amare le cose essenziali, la realtà, quella che il poeta non modifica con la sua opera, quando la sua “sola parola si sfoglia”. Pure, quella ricerca, che segue il segno misterioso dell'universo, è cibo che nutre la spiritualità di molti, perché densa di umanità.
Così la poesia è un dolce andare tra l'intercalare di figure, spazi, atmosfere, di vissuti, nell'implicita irrisolta domanda. Qui, il negativo dell'uomo evidenziato, non è volutamente vituperato con insistito sdegno: si astiene dalla facile predica. Qui la parola fa riemergere la radice variegata del vivere; evoca immagini pregnanti, ma non genera poesia figurata.
Torna spesso nelle composizioni la parola “canuto” che può sembrare, oltre che allusione al passato, evocazione di un simbolo di chiarore, quasi un rendere più limpida la partecipazione al tutto. 
                                   Rina D’Alessandro

poi ti domandi il senso il peso delle parole
che sono il percorso il significato della vita
in confronto a chi agli altri ha dato il suo tempo
rinunciando ad ogni privato sentimento

tutti protesi ai più deboli ai piccoli abbandonati
il tuo inchiostro non scalfisce
la sola parola si sfoglia
si ritira in un canto a recitar la sua inconcludenza
non ha la forza di chi all'ideale ha offerto tutto il corpo

i tuoi occhi luminosi di bimbo nel gioco mi guardano
felice in un istante mentre io a stento la mente sgombro
di parole sono fatto che non hanno il tuo bagliore
di inutile materia artigianale in composizione
 nel suolo terreno te e non me canuto a ragione del vero
io sono venditore di fumo che guarda solo in alto
per trovare nel cielo con parole articolate
dallo spiraglio di una nuvola
il segno che al mistero dell'universo ci congiunga
ricerca solitaria e di avara gratificazione
di speranza in timore che non sia vana


3° PREMIO – Fabio Carapezza “CATRAME” 
  “Sinapsi urticante del pensiero” dice in un verso della poesia “Cemento” Fabio Carapezza,  l’Autore della silloge intitolata “Catrame”. E la silloge è, una quasi perfetta sinapsi urticante, se facciamo riferimento al linguaggio utilizzato, con molta proprietà, nella stesura delle poesie.
Sinapsi chimica, caratteristica di noi umani, facenti parte dei mammiferi, in cui un neurone provoca la liberazione di un neurotrasmettitore che permette la comunicazione e un secondo neurone ne diviene l’intercettatore.
La scrittura di Fabio Carapezza ci offre questa doppia possibilità: quella di trasmettere in modo netto, non equivocabile, il suo pensiero, pur essendo una scrittura tutt’altro che prosastica e, nello stesso tempo,  da al lettore la possibilità di essere un perfetto intercettatore.
Sinapsi quindi, ma soprattutto urticante; perché le parole che costruiscono le frasi versificate sono come sostanze che provocano una forte irritazione, non diversamente da quella provocata da un animale o da un vegetale che ti brucia, ti infiamma, ti irrita la pelle.
Linguaggio denso e corposo, catramoso appunto, e diretto, senza inutili infingimenti e nello stesso tempo carico di allusività: “nel paradiso dei virtuosi/sgambettate come troie per appendervi al paradiso/quarti di manzo scuoiati dalla beatitudine e dalla speranza”; così in “Ipocondria morbosa”.
 Il vocabolario, la costruzione grammaticale e sintattica, la fraseologia che si snocciolano di pagina in pagina sono una ricerca, riuscita, di una isteria che è l’isteria stessa della vita.
Poesia clitoridea, sfinterica, spermatica, coprofila, emetica, rancida e carognesca; ma, tuttavia diretta, come in “Sete” e non solo, alla ricerca di “polvere di sorrisi”.

 Sergio Notario

Io sono leggero nel catrame
nella greve e fluida macchia da lucidascarpe
nella pozza di petrolio arenata e grave
dove un pellicano crepa asfissiato
Muore nel singhiozzo


La respirazione è densa di fuliggine
è calorosa e si scalda al neon antizanzare
Moscerini e farfalline arrostiscono alla carbonella
una carbonella di catrame


Mi mancherai


Mi mancherà la tua nuvola di luce leggera
quel tuo bianco vestito di vapore
quel radioso abbraccio serpentino
che costa le nostre vite


Mi mancherai Dio
quando puzzerò nel catrame






La giuria: Rina D'alessandro, Carlo Molinaro, Sergio Notario

SEZIONE B POESIA INEDITA

1°PREMIO – Niccolò Andrea Lisetti  “A proposito di un muro del pianto”
  
Dal primo verso “niente di meglio di un muro” il ragionamento si svolge pacato: è un tono da poesia civile che avvolge questo componimento,  che  pure ha rimandi  privati.
Quel muro chiude la vista e  permette di concentrarsi sull’interiorità, quel muro è punto di arrivo, confine, barriera; si può quindi superare,  non trattiene, non mutila il futuro anche solo con un falso senso di rifugio: “su un muro ci si appoggia non ci si vive”.
 Poesia privata  che però immediatamente  rimanda al Muro del Pianto a Gerusalemme, a  tragedie collettive,  a passati che ci coinvolgono e ci interrogano  e allora quell’accento di poesia civile che subito ci aveva toccato riprende forza risuona e resta a lungo come  un’ eco conosciuta e fraterna.
E’ questa poesia profonda, ragionata che si illumina e ci illumina di speranza: “bisogna piangere … per ricevere gli occhi del futuro”, “se un muro è un confine,/ allora la fine è a due passi/ e lì anche il pianto può trovarne una”. Da lì si riparte,  da lì comincia il futuro.  E ancora la voce ci invita serena  a non abbandonare il passato, ma a tenerlo con noi  e ci accompagna alla chiusa ottimista e felice,  in tutti i sensi,: ”un ricordo ci accompagna nel futuro, non ce lo ruba”.  
 Donatella Moreschi


arrivammo per piangere
           e c'era il deserto;
       finimmo le lacrime
     e apparve una strada

niente di meglio di un muro
per sostenere un pianto,
perché non c'è niente da guardare:
si può solo chiudere gli occhi
per piangere meglio,
soli coi ricordi
e ciechi all'avvenire.
ma ad un muro
si arriva,
vi si giunge
per ripartire,
non può essere una casa:
su un muro ci si appoggia, non ci si vive;
è soltanto un crocevia del tempo,
qualcosa che si scavalca
per saltare da ieri a domani,
perché bisogna piangere
non solo per il passato,
ma anche per ricevere gli occhi del futuro,
quelli per vedere il cammino nuovo.
se un muro è un confine,
allora la fine è a due passi
e lì anche il pianto può trovarne una.
se c'è un muro, anziché una casa,
è perché il passato non si abita:
un ricordo, ci accompagna nel futuro,
non ce lo ruba



2°PREMIO – Marina Del Naia – “Potere alla parola”

Una poesia che nell’enunciare: “tengo fede alla parola”  suona  alle nostre orecchie  come un’esortazione:  “tieni fede alla parola” e  ci spiega perché. Lo fa parlandoci della potenza della parola e scegliendo di raccontarci la sua forza positiva.  Ma senza dirlo ci mette anche in guardia da ciò che può fare la parola a cui non si tiene fede, la parola ingiusta, quella che ferisce, che lega, che  inchioda al dolore. Perché se la “giusta parola è di origine divina” diabolico può essere il suo contrario. Un poeta però non può che credere nella parte buona della parola, nella sua cristallinità, nel suo potere costruttivo, vivificante, creativo. E’  quello che il poeta ci dice con equilibrio e forza in questa composizione dal ritmo veloce, teso,  esortativo appunto.


Donatella Moreschi

Tengo fede alla parola
data, scritta, pensata
perché la parola 
è forza, è potere,
è libertà, è amore.
Tengo fede alla parola
perché la parola
è creazione
è consolazione
è trasformazione.
Tengo fede alla parola
perché la parola
anche una
se è la giusta parola
è origine divina
di ogni umano cambiamento
è luminosa sorgente
nella notte della coscienza.


3°PREMIO – Gianfranco Carignano “Basta un cenno”


Come un mantra si ripete la parola “cenno” che dà il ritmo alla composizione; e la parola,  che a prima vista pare quasi analizzata nei suoi diversi significati, ambiti, sensi da un linguista appassionato , diventa la traccia per una storia personale. Rivivono, attraverso la parola detta e ridetta, ricordi, letture,  racconti, situazioni, stati d’animo, speranze,  rimpianti. Personaggi si animano sulla scena, esecuzioni terroristiche,  notti bagnate di spaccio, teatri pieni di gente e calore, ragazzi in fila per entrare in discoteca, corteggiamenti e licenziamenti, suicidi e infine forse unico  scopo di tutto quell’affastellare e affabulare  il rimpianto. L’ultimo cenno, quello non fatto, quello che pesa per sempre, chiude la poesia con una sospensione che sa di amaro: “bastava un cenno…”.    

Donatella Moreschi


Colgo l'occasione 
per inviarti un cenno ...

Un cenno per un saluto!
Uno per interrogare.

Un cenno per un comando,
Circolo ARCI Aldobaraldo
un'intesa:
uno per tacere, uno per parlare.

Per farlo sparire è bastato un cenno.
E' bastato un cenno per licenziarmi.

Un cenno prima di premere un grilletto ...
Per farti abbassare gli occhi: un cenno.

Un cenno e sei morto!

Un cenno prima di saltare nel vuoto.
Un cenno per comprare una dose,
ma anche per iniziare l'assolo.

Ad un cenno sono entrato sul palco!

Mia nonna ci richiamava con un cenno di tosse.

Un cenno di vita
quando ogni speranza sembrava persa.

Cenni d'algebra sotto il braccio.

Un cenno impercettibile.
Un cenno di sorriso.
Un cenno di disappunto.

Non un cenno di pentimento.

Si intravvedono cenni di sedimento.

Un cenno e salgo ...
niente male la bruna!

Un cenno per entrare a sbafo.

Un cenno per farla franca.
Franca era una mia amica,
bastava un cenno ...



PREMIO M.T. BIGNELLI  - POESIA D’AMORE
Vincenzo Calì  “Senso D’amare”
  
L’Autore in questa Lirica mette in evidenza la forma e la sostanza del ricercare
Amore anche a tempo scaduto.
Enrico Mario Lazzarin


M'accorsi quel giorno, del fiume ormai fermo.
Con vivido nesso, mangiai lo sgomento.
E' grande l'amore, che ha senso d'amare,
ma il fuoco inatteso, mi arde d'un colpo.
Marea alla mente, inebria la vita,
di cose ormai spente.
Ha il tocco del mare, mi sfiora d'un pelo,
confonde già il vero.
E' misera ansia, che senso d'amare
è amare ormai senza ...


 PREMIO GET – POESIA ECOLOGICA 
Alberto Nessi “Un sonetto che fa ….. acqua.

L’Autore in questo sonetto inneggia alla sorella Acqua ringraziandola per la vita che ogni minuto fa nascere e continuare.

Lo fa con un linguaggio semplice ma efficace.
Enrico Mario Lazzarin


fiume Po
Sei il sangue della terra, Amica Acqua,
vitale, trasparente, necessaria;
in armonia perfetta Tu, con l'Aria,
Ti ossigeni con lei, Che si risciacqua ...

La Vita, grazie a Te, nacque sottacqua,
facendo tanta strada, millenaria;
soltanto negli stagni sedentaria,
Tu corri come un fiume pieno ... d'acqua!

Sei libera ché abiti dovunque,
un Dono del Creato per ciascuno;
lambisci tutto il mondo e mai nessuno

potrà metterTi un freno, mai, comunque!
Purifichi e disseti ogni vivente:
gridiamo un "grazie a Te!", riconoscente.


PREMIO ER PUPO – POESIA SATIRICA 
Alberto Nessi “Socialismo verbale”

Il poeta con maestria mette in risalto le problematiche della società odierna con un abile gioco di parole ci fa sorridere a denti stretti.
Enrico Mario  Lazzarin

Davvero sconcertante, ipocrisia,
sei quando sono in campo le parole
usate per descrivere la mole
di stati cui donare l'amnistia.

Esempio di eufemismi: se si vuole
un cieco definire, la teoria
dei falsi porterà, la teoria
dei falsi porterà, con leggiadria,
s dirlo "non vedente" stelle e sole.

Pensiamo allo spazzino che, pian piano
promosso a "netturbano" più approprito

sarebbe, essendo il vigile anche urbano. 
Dissotterar di guerra voglio l'ascia: 
è l'"escort", in fin dei conti, una bagascia! 

tutti i premiati
  


5 GIUGNO - di Luigi Tribaudino


Nel lungo corso di tanti secoli
fu soltanto la lingua che ci unì
un percorso che aprì Federico
e che l'Alighieri certificò
dove il Manzoni poi sciacquò i suoi panni
Nessuno sceglie se nascere e dove
ognuno è cittadino della Terra
a sud di un nord che è sud per altri
così come chi nata in Mozambico
questo 5 giugno parlò italiano


Luigi Tribaudino

5 giugno: Cerimonia di Premiazione della XXI edizione del Concorso Nazionale Letterario Garcia Lorca